Questo pezzo lo volevo scrivere da tanto. Perché nella mia testa di ruminatrice seriale si è conficcato un pensiero chissà quando, e da lì non si è mai smosso: una specie di “fissa”, un amore quasi “viscerale”, tutto mio, che mi caratterizza da sempre, per chi… LAVORA BENE.
Nel senso proprio dell’esercitare un mestiere, una professione. Che sia pure la più umile, la più semplice, la meno “ricercata”: sono letteralmente affascinata da chi svolge con precisione, passione e profusone di dettagli il proprio lavoro. Li vado proprio a “stanare”, che siano artigiani, impiegati, commessi, fattorini: li cerco, li inseguo, quando ho la fortuna di trovarli mi ci aggrappo e non li mollo più. Indipendentemente dall’importanza che il loro “lavorare bene” abbia o meno nella mia vita.
Se trovo un cameriere, ad esempio, che non si limita a servirmi, ma mi decanta con passione e dovizia di dettagli la storia di ogni singolo gusto di pizza, gli accostamenti tra gli ingredienti, la scelta delle farine… io farò di tutto per tornare sempre nella sua pizzeria. Anche se finirò col prendere sempre lo stesso inesorabile gusto di pizza. Fa niente. Intanto mi sono deliziata della sua passione, “nutrita” della sua voglia di metterci qualcosa in più, che di sparecchiare son capaci tutti.
Ma è solo un esempio: la mia attrazione quasi “morbosa” per questo genere di cose mi porta a scandagliare ogni singolo bisogno o incombenza quotidiana, con il preciso scopo di circondarmi il più possibile di professionisti entusiasti, precisi, meticolosi.
E a rovescio, se posso, evito come la peste chi lavora male, con approssimazione, rancore e fastidio. Ovvio, se posso scegliere.
Dopo una fila estenuate alle casse, non cambio corsia solo perché la cassiera sbuffa come una ciminiera alla vista dei miei buoni sconto. Anzi, cerco pure di essere empatica, stare alle casse non è un gioco da ragazzi. Però state certi che se riesco a evitarla, la volta dopo, la evito. Dovessi fare il doppio della coda.
E se mi capita invece una cassiera che sorridendo mi consiglia di comprarne una terza, di quella passata, così avrò un ulteriore buono sconto, e magari ci aggiunge pure un “vada vada che io tanto l’aspetto…” ecco lei godrà all’istante di tutto il mio amore incondizionato, e ogni qual volta farò ritorno in quel supermercato, mentre mi avvicinerò con il carrello alle casse, cercherò lei e solo lei, nei secoli e secoli amen.
Di norma non mi faccio fregare dai finti sorrisi di chi deve vendermi qualcosa, o è costretto a tollerarmi per mestiere: no, ho un fiuto pazzesco per distinguere chi ci mette entusiasmo genuino da chi è solo obbligato. E dai secondi… vedo di tenermi alla larga.
Perché della passione di chi svolge il proprio lavoro con fervore… io mi ci nutro, sul serio. Per fortuna, il mio istinto, mi indirizza il più delle volte molto bene, e di esempi di persone del genere nella mia vita ce ne sono davvero tanti.
La mia bibliotecaria, in primis.
Prossima alla pensione, ahimè, anche se la minaccio continuamente di hackerare il sito dell’INPS per cancellarle la pratica. Non è pensabile fare a meno di lei, perché lei E’ la biblioteca: la passione, la devozione, l’entusiasmo che ci mette sono qualcosa di commovente. E’ una dipendente pubblica, qualcuno ogni tanto insinua: “ma scusa chi te lo fa fare di darti tutto questo disturbo? Tanto lo stipendio sempre quello è!”
Per fortuna, non tutti lavorano solo per lo stipendio. Lei è davvero una di quelle che ci mette il cuore in ogni cosa che fa, perfino quando la trovi fuori, tutta imbacuccata, che raccatta l’immondizia lungo il vialetto della biblioteca “perché sai arrivano gli studenti tra poco, non possono vedere come prima cosa della SPAZZATURA!”
I bambini sono il suo fiore all’occhiello, come sa coinvolgerli lei, quando si traveste, quando legge le favole, quando improvvisa scenette… ripeto, è unica. Ad ogni biblioteca del mondo dovrebbe essere assegnata per legge una persona come lei.
Al momento, noi ce l’abbiamo già. E ce la teniamo bella stretta…
E poi ancora, il mio gelataio.
Lo amo come si amano le pantofole al rientro a casa: con affettuosa devozione e infinita riconoscenza. Non ricordo un singolo cono gelato, nella sua piccola bottega, senza aver quanto meno sviscerato insieme la composizione di almeno due o tre gusti. Tutti rigorosamente artigianali, fatti solo con frutta fresca, di stagione, e con uno stoico ripudio dei cosiddetti “semilavorati” tanto di moda al giorno d’oggi: preparazioni stracolme di grassi idrogenati, che conferiscono al gelato quella particolare (ma poco salutare) cremosità “artefatta”, tipica ad esempio di certi semifreddi.
Io quasi mi commuovo quando mi descrive gli screzi con i clienti che proprio non si capacitano di come da lui non si riesca a trovare, ad esempio, il gusto pesca d’inverno… non si risparmia per nessuno, descrive le sue preparazioni come fosse un orefice e non scende a nessun tipo di compromessi, a costo di perdere clienti che all’ennesimo gusto modaiolo infarcito di schifezze non vogliono rinunciare.
Il mio idolo.
Mentre mi concedo uno dei suoi coni, appollaiata su uno sgabello al bancone, mi sembra quasi di degustare un vino pregiato.
Dovrebbero essere tutti così, i gelatai.

E lo dice una che ha un passato vergognoso, inconfessabile, da fan numero uno di semifreddi e gusti “contraffatti”.
Eh già, ho anche io ho i miei scheletri nell’armadio purtroppo… c’è stata un’epoca in cui più erano zozzi e più mi piacevano, i gelati. Grassi idrogenati come se piovesse, altro che solo frutta fresca e di stagione. Ma ciò non toglie che anche chi è ghiotto di certe “porcherie” abbia una sua dignità, e meriti di essere rispettato anche solo in quanto cliente!
Ricordo come fosse ieri questo bizzarro episodio, quasi surreale, avvenuto in una piccola località marittima di cui, per ovvie ragioni, non farò il nome. Una piovosa serata di fine giugno, un freddo anomalo, cena dell’hotel piuttosto scarsa, umore sotto i piedi. Per tentare di salvare il salvabile decido di buttarla sul cibo e propongo: “ci sfondiamo di gelato sul letto in camera guardando schifezze trash in tv, come fanno in tutte le serie americane?”
Ovviamente il mio ex, che a memoria d’uomo non si è mai tirato indietro di fronte a bevute e/o mangiate, ha annuito.
Così sono scesa, e – neanche farlo apposta – la gelateria più vicina all’albergo ha un piccolo cartello, attaccato alla vetrina: GUSTO PROFITEROLES.
Il mio dolce preferito da sempre! Come gelato lo avevo assaggiato un paio di volte, era quasi introvabile dalle nostre parti, una specie di orgasmo delle papille gustative, con quel mix unico di consistenza cremosa-pannosa (all’epoca neanche sapevo cosa fossero, i grassi idrogenati) e cioccolato… con piccolissimi bignè affondati dentro, una sorta di profiteroles al contrario, o “esploso”.
Decido di cogliere quel cartello come un segno del destino, e spalanco la porta con un sorriso smagliante:
«Un chilo di profiteroles (quando ti devi sfondare, o lo fai seriamente o niente), grazie!».
Il gelataio, un omino di mezza età ossuto e arcigno, sgrana gli occhi neanche gli avessi calciato uno stinco:
«EH? COSA? Ma NO!! Non si può..! Cos…NO!!!» balbetta imbarazzato. Imbarazzato ma anche decisamente inalberato.
Io non colgo… la gelateria è deserta… così ritento: «Qual è il problema mi scusi… non capisco».
«Ma scherza? Non posso darle un chilo TUTTO PROFITEROLES! »
«E PERCHE’??»
«Ma perché è un SEMIFREDDO!!»
Me lo dice come se fosse la cosa più ovvia del mondo e io l’unica stupida sulla faccia della terra a non capirlo.
Insisto: «E allora????»
Giuro, brancolavo nel buio. «Non riesco a capire, sul serio…»
«E’ un semifreddo! Un S E M I F R E D D O!!!»
Ormai urlava quasi, tanto sembrava indispettito dal fatto che io non capissi.
«E POI COSTA DI PIU’!!»
Inizio a scocciarmi anche io, già era una brutta serata…
«Senta, me lo faccia pagare quello che vuole, basta che mi dia questo profiteroles!».
«Ma no, le ho detto che PROPRIO non posso un chilo SOLO di quello, ma poi… dico ma non vede?»
E afferra la vaschetta classica da un chilo di polistirolo, quella in cui tutti i gelatai del mondo spatolano il gelato da asporto: «NON VEDE CHE NON CI STA NEANCHE, UN CHILO??? PERCHE’ E’ UN SEMIFREDDO!!!»
A quel punto, la dignità imponeva di uscire sbattendo la porta, ma la mia ingordigia ha sempre battuto la mia dignità, così ho alzato la voce al pari della sua:
«Senta ma ne usi due, tre di quelle vaschette! Basta che mi dia quel maledetto profiteroles!
Ma che cavolo mi importa se un chilo non sta nella vaschetta da un chilo, ma cosa me ne frega!
Si vede che fa più volume, perché è un S E M I F R E D D O (e lo scandisco lentamente come se glielo stessi incidendo sul cofano della macchina, con un cacciavite) volume e chili sono cose diverse, lo sa anche mia nonna! Io ne voglio un chilo, lo pago il prezzo che vuole, sono al mare e piove, PIOVE, mi devono ANCHE VENIRE, ME LO DA O NO QUESTO CAZZO DI PROFITEROLES???»
Non so se sia stata mia nonna, il ciclo, o la breve dissertazione volume/peso… ma si è ammutolito di colpo e mi ha riempito due vaschette di profiteroles. Senza dire una sola parola. Mi ha pure fatto pagare esattamente l’equivalente di un chilo di gelato. Io ho abbozzato qualcosa sul pagare di più, ma lui ha chiuso con un secco “Va bene così, basta che sia LA PRIMA E L’ULTIMA VOLTA”.
Ecco, sono passati più di dieci anni, e io ancora una spiegazione chiara di questa vicenda non riesco a darmela. Anche se poi, parlando con la gente, non sembrano episodi così rari…
un mio caro amico, chiedendo di “abbondare con il gusto Giovanna”, si è sentito apostrofare, tra i denti, dall’anziano gelataio «ah, la Giovanna…. mangiarla è niente, ma farla… con tutti quei dannati croccantini… Sa solo il Cielo QUANTI ACCIDENTI TIRO A CHI MI CHIEDE LA GIOVANNA… nulla di personale eh si immagini! Altro?»
Che uno dice, ma non fateli i semifreddi, se dovono farvi questo effetto!
Eppure vi assicuro che questo non è stato l’episodio più strano che mi sia capitato.
In gente che non sa fare il proprio mestiere, o non ne ha voglia, incappo pure io, disgraziatamente. Di norma, come ho già detto, ho un certo fiuto per quelli “bravi”, ma prendo anche le mie belle cantonate. Oppure capita che, semplicemente, non posso scegliere.
La casa dove vivo adesso, ad esempio. L’abbiamo presa, come si suol dire, “sulla carta”.
E’ stato un vero parto seguire tutti i lavori dall’inizio alla fine, le mille cose che bisogna scegliere-ponderare-controllare… e il livello di dettaglio a cui sei chiamato a scendere sembra non bastare mai.
Non puoi dare nulla per scontato, mai, perché se ti adagi un attimo, ZAAAAC arriva lo sfondone.
Io però faccio tutto un altro mestiere nella vita, non sono né geometra, né architetto, né tantomeno ingegnere, e ad un certo punto sono costretta a fidarmi, anche solo per il fatto che di verificare l’esattezza di certe cose non ne avrei le capacità, neanche volendo.
Ma dicevamo, non basta mai il livello di dettaglio a cui arrivi a scendere, mai. E così mi sono ritrovata che ho scelto la porta finestra, nella ditta che mi è stata indicata dalla mia impresa edile, e per scelto intendo che c’era questo tizio molto silenzioso (che già io per natura diffido sempre dei tipi troppo silenziosi…) che mi ha mostrato dei telai di colori diversi e delle maniglie, tra quelle che il nostro capitolato prevedeva.
Non ha fatto domande, io non ho dato risposte.
Mi sono limitata a indicare un telaio bianco, e un maniglia grigia. La più squadrata. Perfetto.
Sei mesi dopo entriamo nella nostra nuova casa, e la porta finestra ha una bellissima e moderna maniglia grigia, peccato che ce l’ha solo all’interno.
Fuori, NULLA.
Telaio liscio e immacolato come le parti basse di una bambola.
Chiamo immediatamente, immagino una svista, ma no, anzi, è ovvio, come si fa a non sapere una cosa del genere: dovevo SPECIFICARE.
La maniglia, in una porta finestra, all’esterno, si mette SOLO SE VIENE APPOSITAMENTE RICHIESTA.
EH??? Ma cos… ma come potevo anche solo immaginarlo, io?
Avevo forse specificato che le finestre dovessero avere i vetri, le scale i gradini, la casa un soffitto????
Eh ma signora, sono cose diverse.
Eh certo, capirai.
Ecco per me uno che sa fare bene il proprio mestiere una cosa del genere la deve dire.
LUI la deve specificare, non io!
DEVE essere in grado di capire che per la gente comune è scontato, ovvio, lapalissiano che una porta finestra che da sul giardino deve avere una cazzo di maniglia anche fuori!
Se non lo fa, o non sa lavorare, o è semplicemente stronzo. O menefreghista. O entrambe le cose.
Quello che mi fa più rabbia, è proprio l’indifferenza, il pressapochismo, l’assenza di slancio. La gente che svolge il proprio mestiere fregandosene altamente di tutto e tutti, tirando a caso, senza connettere il cervello. Anche se ammetto che a volte certe cose fatte “tanto per fare”, senza pensare, sono anche divertenti, quando restano innocue e non lasciano porte senza maniglie o affamati senza gelato.
Questo cartello, l’ho fotografato io. In un ospedale (non dirò quale, ovviamente).

Il problema non è l’errore, magari chi l’ha scritto non era italiano, ci può stare, il problema è dove si trova questo cartello. Lo hanno attaccato nella sala d’aspetto che precede la stanza in cui si fanno le radiografie. E fin qua non ci sarebbe niente di strano, se non fosse che NON è una sala d’aspetto, ma solo una lunga fila di sedie in un corridoio, perennemente affollato di gente che va e viene.
Ci sono pure le macchinette automatiche.
Chissà chi ha attaccato quel cartello come immaginava che ci saremmo levate il reggiseno, in quel corridoio… con un’abile mossa sotto il maglione, per non dare nell’occhio, o con impeto esibizionistico ravvivando la giornata del personale in pausa caffè?
La verità e che io credo che chi abbia messo un cartello del genere, semplicemente non abbia “collegato”. Se ne sia lavato le mani, punto. Gli avevano detto di fare un avviso? Lui quello ha fatto. Se abbia o non abbia senso, chissenefrega.
Questo mi fa arrabbiare, e mi induce a cercare assiduamente in ogni campo, in ogni settore, l’esatto opposto all’indifferenza: gli appassionati, i precisi, i meticolosi, quelli che si arrabattano per fare sempre di più e sempre meglio, quelli che del loro lavoro conoscono tutti i dettagli, le sfumature, i retroscena. Starei ore e ore a sentire questa gente parlare, per me sono come artisti, anche se fanno gli impiegati alle poste.
Per equità, visto che ho citato la porta finestra di casa mia, devo parlare anche della splendida professionista che mi ha realizzato il pavimento. Una ragazza eccezionale, parlava di piastrelle e stucchi tono su tono come parlasse di opere d’arte. Ci siamo “riconosciute” subito, abbiamo impiegato una mezza giornata solo per scegliere la gradazione di grigio dello stucco, dopo averne abbinati un’infinità alla piastrella (scelta in precedenza in DUE mezze giornate), con diverse gradazioni di luce, spostandoci per il negozio sotto quella o quest’altra lampada.
Sembrava volteggiare mentre spostava piastrelle e stucchi con la grazia e la soavità di una farfalla che si posa di fiore e in fiore.
E se mi azzardavo a un “Va bene questo” mi zittiva tutta infervorata “NO! E’ presto! Aspetta che vediamo anche questi!”. E via così fino alla chiusura.
Tre volte abbiamo chiuso il negozio insieme e per tre volte ho pensato che a una persona del genere io comprerei pure la luna, con il giusto abbinamento tono su tono.
Per fortuna c’è il mio compagno che mi bilancia in queste cose, altrimenti io, sul serio, a una così direi “non farmi neanche il conto, non farmi a modo, anzi perché non prendi pure il mio sangue, ecco il braccio, è tuo”. E’ più forte di me. Vado in estasi.
Che poi in realtà con quello che costa certa roba, forse dovrebbero essere tutti così, lo strano è trovarne troppi, ovunque, che non lo sono, così. Persone a cui non importa. Che basta che la smetti di rompere le palle, e andassero al diavolo le gradazioni di colore.
C’ha provato una volta sola, il mio compagno, il primo giorno, ad accennare un “va beh dai su, il grigio è grigio….” è stato fulminato simultaneamente da entrambe. No ha più aperto bocca.
E noi ci siamo sciorinate una gamma di sfumature e gradazioni di grigio che neanche riuscirei più a quantificare. Ma con la stessa passione con cui si dipinge un quadro.
L’inesperienza sul lavoro invece non mi fa arrabbiare, mi fa sorridere. Sono paziente con i “novellini”: lo siamo stati tutti, all’inizio. Ma non sono sempre stata così…
Nel mio cammino di “aspirante zen” verso la beata quiete, per fortuna mi sono lasciata indietro tante cose, tra cui un’insensata e folle gelosia che mi ha perseguitato per tutta l’adolescenza. E ben oltre.
E’ capitato così che gesti per nulla “dolosi”, o premeditati, semplici errori da principianti, mi abbiano, in passato, provocato lo stesso fuoco rabbioso che oggi, per fortuna, è riservato solo ai “veri peccatori”, quelli che lavorano male sapendo di farlo, e lo fanno comunque, con spocchia e arroganza.
Tanti anni fa, la mia prima gita romantica con quello che sarebbe diventato poi il padre dei miei figli, me la sono “guastata” proprio per colpa della mia maledetta gelosia, e una giovane estetista inesperta. Eravamo andati a rifugiarci in un centro estetico nei pressi di un famoso centro termale, avevamo prenotato un pacchetto super romantico che prevedeva, tra le altre cose, un massaggio di coppia.

Io non ne avevo mai fatti, non sapevo come funzionava: siamo arrivati in anticipo e una bella ragazza, giovane come l’acqua, ci ha chiesto di spogliarci e di infilare solo un perizoma di carta, sotto gli accappatoi immacolati del centro estetico, dopodiché ci avrebbero raggiunto due massaggiatrici per condurci in due stanze diverse – separate solo da una parete di cartongesso non chiusa in alto, tipo quelle dei bagni tanto per intenderci.
Ci spogliamo, ero elettrizzata, quel misto di vergogna ed eccitazione tipico dei primi tempi, ridiamo mentre ci infiliamo quegli assurdi perizomi di carta, ed ecco che arrivano le massaggiatrici: una rossa di capelli, con due labbra carnose stile Jessica Rabbit, formosa, bella come una dea.
L’altra, poverina, non che sia una colpa, ci mancherebbe ma… decisamente bruttina.
Le ragazze sono accompagnate da quella che ci aveva accolto all’inizio, che, incurante del mio stomaco già chiuso, sferza il colpo che le mie antenne avevano già captato:
«TU – rivolta alla rossa – prendi LUI, mentre TU – guardando l’altra – fai LEI».
Perfetto.
Io di quel costoso massaggio tanto agognato, il primo della mia vita in un vero centro estetico, ricordo solo due cose: la voce della ragazza assegnata a me che mi ripeteva di continuo “rilassati cara, sei troppo tesa” e la mia voglia di sbraitarle in faccia “rilassati tu, con il tuo ragazzo mezzo nudo di là che si fa spalpazzare da una gnocca rossa bella come una dea e con un canotto al posto delle labbra”. Anzi no, ricordo anche di averlo salutato, il mio futuro compagno, prima che ci separassero, con una frase a mezza voce uscita come una coltellata “se torni con il perizoma strappato, GIURO CHE TI AMMAZZO”.
Ecco, credo che una professionista un po’ sgamata, un errore del genere non lo avrebbe mai fatto. Se hai a disposizione due massaggiatrici, una bella come una dea e l’altra oggettivamente non bella, tu non puoi assegnare quella bella all’uomo. Non puoi.
Lo fai solo se l’uomo è da solo, ben sapendo che tanto a casa, ad un eventuale interrogatorio, risponderà sempre che neanche la ricorda, la tizia che l’ha massaggiato. O al massimo che era una vecchiaccia inchiavabile, per stare ancora più nel sicuro. Ma un abbinamento del genere, con un massaggio di coppia… è la cosa più controproducente che si possa fare, perché a decidere in questo campo è sempre e solo la donna, e io in quel centro dopo un tale affronto non sarei tornata mai, neanche gratis.
Ma era un ragazza davvero giovane e sicuramente inesperta, diamole atto.
Ora come ora, una cosa del genere mi farebbe solo sorridere e pensare: non vedo l’ora di raccontarla alle altre! Mentre il mio compagno bofonchierebbe “ecco vedi, non te ne frega proprio più niente”.
Ma non è così, mi importa eccome, ma crescendo evolviamo, dobbiamo evolverci, guai se non fosse così, impariamo a non dissipare energia in battaglie inutili e scegliere con cura cosa davvero merita attenzione e cosa no.
Io, la gelosia, l’ho mollata, mentre a chi lavora bene, per tornare al fulcro di questo pezzo, darò attenzione sempre.
Non smetterò mai di circondarmi, ogni volta che ne avrò la possibilità, di commessi, artigiani, impiegati, cassieri, camerieri, professionisti di ogni calibro e livello, in qualsiasi settore… bravi. Precisi. Appassionati. Interessati.
Avere a che fare con gente così, fosse anche solo per comprare il pane, mi fa sentire a posto. Mi infonde fiducia.
Il mondo, forse, non fa poi così schifo come si dice… almeno finché esisteranno persone come la mia bibliotecaria, o il mio gelataio, non fa schifo per niente.
E per quanto riguarda i semifreddi… ce ne faremo una ragione.
(Rumino Ergo Sum)


