Bubble Bobble e la Mossa

Io sono stata un’adolescente semplice. Classe 1978, i miei anni ottanta e novanta si potrebbero racchiudere quasi tutti tra una chiesa, una piazzetta e un bar. Le uniche offerte ludiche, nel mio piccolo paesino di campagna, consistevano in: pallavolo, nella palestra comunale e chitarra, in oratorio. Con la prima è andata piuttosto bene, con la seconda ho capito che non c’era storia quando dopo due anni, a messa, non ero ancora in grado di suonare neanche il gloria di Giombini. Mai imparato a fare un barré, mai. Il colpo di grazia è stato prendere in pieno un’auto parcheggiata mentre sfrecciavo in bici senza mani con la chitarra incastrata tra il manubrio e il collo. L’auto era ferma, davanti al bar. Io ho salutato mio zio e sbam!, sono volata via. Illesa, sia io che la chitarra. Un miracolo. La bici conficcata nel bagagliaio dell’auto invece, ha fatto più danni di una grandinata. L’ho presa come un segnale divino, e ho chiuso. Mio padre ha bestemmiato talmente tanto quando ha visto il danno all’auto che in chiesa, ho pensato, se rientro con questa chitarra mi prende fuoco tra le mani, minimo. 

Non offriva tanto, il nostro paese, ma noi eravamo felici lo stesso. 
Passavamo il tempo libero a pattinare nella piccola pista di cemento accanto alla chiesa, e quando pioveva ci chiudevamo al bar. Io adoravo i giochi di carte: ero fortissima a machiavelli e a briscola a cinque, detta anche briscola matta.  Giocavamo spesso anche a bugia e a merda, per il resto del mondo “tappo”, ma per noi sempre e solo merda
Fino all’avvento dei video games. 
Che hanno fagocitato immediatamente la componente maschile del gruppetto di amici. Ricomparivano al tavolo delle carte solo quando dalle tasche (o dai nonni, spesso avventori del medesimo bar) non riuscivano più a raccattare monetine. Io li prendevo in giro, li trovavo stupidi e noiosi, ma cosa ci trovate ad ammazzare degli zombie, o a saltare su dei funghi, non capivo proprio cosa ci potesse essere di divertente. Riuscivo giusto a a capire il senso di quel gioco dove si vinceva la biglia di vetro, se riuscivi a portarla fino alla fine del labirinto pieno di buche, lo ricordate? Io non riuscivo mai, ma almeno c’era il premio di consolazione, una pallina uguale alla biglia ma era un chewing gum, di quelli che dopo tre secondi perdevano completamente il gusto e dopo dieci erano cemento, ma era divertente tentare di farla arrivare al traguardo senza che cadesse prima. Divertente, ma niente di eccezionale. 

Poi, un bel giorno, è arrivato lui.
Il maledetto. L’infingardo. Il gioco dei giochi, il capolavoro, l’unico, il divino, il supremo, l’inimitabile… Bubble Bobble. Rigorosamente chiamato così, BUBBLEBOBBLE come è scritto, letterale, mi rifiuterò sempre di chiamarlo “babol babol”. All’inizio accolto con scarso entusiasmo, sono bastati pochi weekend per capire che nulla sarebbe mai più stato come prima, mai. Io sbirciavo di sottecchi, vedevo questi draghetti che sparavano bolle, mi dicevo ma cos’è tutto questo entusiasmo, era l’unico videogame perennemente occupato, e che sarà mai, sparavano bolle per intrappolare i nemici, poi dovevano scoppiarle, va beh. Però tutte le mie amiche pian piano hanno iniziato a incuriosirsi, e io con loro. Mica potevo giocare a briscola cinque da sola. 
Ricordo come fosse ieri il fascino magnetico che fin dall’inizio quei draghetti maledetti hanno avuto su di me.
“Ma scusa – chiedevo all’amico di turno, tutto concentrato a pigiare furioso – ma fammi capire, e lì come ci arrivi adesso?”
“Saltando sulle bolle. Ti faccio vedere. Ecco, ora ho fatto la bolla, vedi che ci salto su? Bisogna solo stare attenti a non scoppiarla”.
“Fico.” 
Poi, ancora:
“E adesso spiegami, come uccidi quei mostri lì dentro, che le bolle non ci entrano? Come li intrappoli scusa?”
“Semplice, devo cadere sulle bolle fulmine e scoppiarle all’altezza dei mostri, il fulmine si libera e li disintegra!”.
Caspita. Dovevo provare. 
E l’ho fatto.

Ho inserito la prima moneta con un misto di scetticismo ed eccitazione. E ho continuato a inserire monete fino a dare fondo all’intera paghetta del mese. 
È iniziato così un amore viscerale, maniacale, per l’unico gioco elettronico della storia che ho amato con tutta me stessa. Pur di giocarci, ricordo di aver rinunciato per mesi perfino al mio bicchiere di spuma bianca, la mia bibita preferita. Me la concedevo solo al bar assieme al Twix, che però si chiamava Raider, o al Tronky. Prima di Bubble Bobble. 
Supplicavo i più bravi di giocare in doppio con me, perché giocare con due draghetti era di grande aiuto per superare gli schermi più difficili. Io, c’è da ammettere, ero davvero scarsa. Non come con la chitarra, ma poco ci mancava. Non ho mai imparato a saltare sulle bolle. Non ho mai superato la ventina di schermi. Forse sono arrivata a trenta, forse, le rare volte in cui la fortuna mi ha premiato. C’erano infatti alcuni piccoli “plus” che ogni tanto la sorte ti concedeva: delle caramelle, tre per la precisione, che a seconda del colore ti davano lo sparo delle bolle più rapido, più lungo o multiplo, e poi c’era una scarpetta che ti rendeva velocissimo. Un draghetto impazzito. Questo fino a che un mostro non ti faceva secco. E si perdevano in un botto tutti gli eventuali plus guadagnati. Le vite erano poche, credo tre, e io le perdevo velocemente. Quando appariva una caramella ad esempio, ovviamente circondata da mostri, io mi ci fiondavo per non perdermela, e di solito morivo così, da fessa, cadendo nella trappola. 

Nel trip di Bubble Bobble ci siamo finiti in tanti, in quegli anni.
Nessun videogioco, dalle mie parti, è mai stato più longevo. Forse l’unico accolto con più entusiasmo che riesco a ricordare è quel gioco terribile dove si muoveva un ragnetto per scoprire via via una donna nuda. La sfregola che prendeva i tredicenni ormonati del bar, la potete immaginare. Ma passato l’entusiasmo iniziale, l’interesse è via via scemato, come per tutti gli altri innumerevoli videogiochi che sono passati. Nessuno ha lasciato il segno come Bubble Bobble.
Nessuno è rimasto per così tanti anni.
Io lo sognavo di notte, ricordo benissimo la musichetta, che adoravo a tal punto che è poi stata per anni la mia suoneria del cellulare. 

Narrava la leggenda che al centesimo schermo si completasse il tutto, e i draghetti salvassero qualcosa o qualcuno uccidendo il mostro. Io guardavo tanti giocare, in quelle lunghe domeniche piovose chiusi dentro al bar, tutti assiepati davanti ai videogiochi, ma non ho mai visto nessuno arrivare fino alla fine.
E non era tutto: ad un certo punto è iniziata a circolare la voce di una fantomatica “MOSSA”, la chiamavano proprio così, “LA MOSSA”, una sequenza di azioni ben precise da fare sui pulsanti e sulla levetta prima di iniziare, che ti avrebbe conferito per l’intera partita tutti i plus: quello della scarpetta, e quello di tutte tre le caramelle. Corsa veloce, sparo pazzesco. Qualcosa di epico. 
Ne giravano tante di storie su questa mossa, ognuno la raccontava in modo diverso. Chi diceva che l’aveva vista fare al mare, ma non ricordava bene. Chi in piscina. Ma non era sicuro dell’ordine delle azioni. Poi c’era sempre quello che a saperla era suo cugino, che doveva passare dal bar a farla vedere pure a noi. Ma il cugino, non passava mai. 
Ormai quel gioco era un qualcosa di mitologico, avrebbero potuto in quel periodo raccontarmi perfino che esisteva una sequenza codificata di azioni per far sputare fuoco vero dal monitor al posto delle bolle, e forse ci avrei creduto. 
O forse no. 
Era bello sognare, era bello parlarne.
Le monete finivano presto, soprattutto le mie che a giocare ero una ciofeca, perciò per restare nell’euforia del gioco, in quelle lunghe domeniche, ci si faceva bastare anche solo guardare gli altri giocare, fantasticando su cosa ci fosse davvero al centesimo schermo ma, soprattutto, come caspita si potesse fare quella dannata mossa. Le provavamo tutte, c’era sempre qualcuno che arrivava dicendo la so io! io la so! io!, ma niente. 

Fino a che… quasi senza accorgercene, come capita a tutti, siamo cresciuti.
Pian piano i motorini hanno preso il posto delle bici e i primi amori il posto dei video games. Gli anni sono passati, e anche Bubble Bobble un bel giorno se n’è andato dal bar. 
E noi con lui. 

Il mio compagno attuale, nella mia infanzia, non c’era.
E nemmeno nella mia adolescenza.
L’ho conosciuto solo tanti anni dopo, pur abitando in realtà in paesi limitrofi. Il suo era uno dei pochi comuni della nostra zona che negli anni novanta vantava una piscina scoperta, estiva, in cui ci riversavamo anche noi, del borgo accanto, con i nostri motorini scassati. Chissà, forse ci siamo incrociati, in quel periodo. Ma non ce lo ricordiamo. 
Io me ne stavo tutto il tempo a bordo piscina con le mie amiche a commentare i ragazzi più fighi che si tuffavano a ripetizione. Tutto il giorno. E no, lui non c’era. La scena si ripeteva all’infinito, con quei bellocci dal fisico statuario che erano ben consapevoli di essere adorati. Prima controllavano che noi li stessimo guardando con finta noncuranza, poi si lanciavano in acqua, rigorosamente di testa, quindi risalivano, si scrollavano i capelli e camminavano lenti, come in passerella, e di nuovo a tuffarsi. E noi a sospirare. Ricordo vagamente che accanto al bar c’erano dei videogames, ma non li ho mai presi in considerazione. Li avevamo già al nostro bar di paese  e ci passavamo su inverno, autunno e pure la primavera in caso di pioggia. In piscina c’era ben altro da fare. 

Una delle prime volte che siamo andati insieme al mare, in riviera romagnola, ancora fidanzatini liberi da mutuo, pensieri e figli, è capitato di passare davanti a una sala giochi. Una di quelle classiche sale giochi dove il tempo sembra essersi fermato. Riconosco la musichetta immediatamente e mi sciolgo:
“Noooo Bubble Bobble! Una vita che non ci gioco, una vita!”.
Lui mi sorride: “Io ero un campione. Arrivavo alla fine con una moneta. Da solo”.
Silenzio. Mi blocco davanti alla sala giochi:
“Non è possibile. Tu hai visto davvero come finisce Bubble Bobble? Tu arrivavi fino alla fine? CON UNA MONETA SOLA? Non ci credo.”
“Giuro.”
“E COME FINISCE!?”
“Alla fine i draghetti si liberano dall’incantesimo e tornano bambini.”
“Adesso entriamo e me lo dimostri.”
“Ok. Sono passati tanti anni, spero di ricordarmi LA MOSSA, senza è impossibile con una moneta sola…”

Gli conficco le unghie nel braccio. Di entrambe le mani.

COSA
HAI 
DETTO???

“La mossa! Spero di ricordarmela!”
“Ok, mi stai prendendo per il culo. É stata mia sorella vero? Te l’ha raccontato lei?
“Ma di cosa stai parlando?”

E via così. Io a insultarlo, che la mossa era solo una leggenda metropolitana, lui che insiste, che giura, io che dico si certo, come no, scommetto che tuo cugino, lui che dice ma quale cugino… finché non entriamo. E me la fa vedere. Così. Senza preliminari, senza indugi. Trick track, un rapido movimento sulla levetta, di qua e di là, schiacciando anche qualche pulsante, poi infila la moneta e il draghetto corre all’impazzata. E spara bolle che pare abbia ingoiato una mitragliatrice. 
Vorrei dire qualcosa, ma le parole si incagliano. Balbetto. Farfuglio. Sudo.  
“In piscina – mi dice – in piscina la sapevano fare tutti. Ho imparato lì! Non ci venivi anche tu, con le tue amiche, in motorino, mi avevi detto? Beh, capirai se non sei mai venuta dai video games!”
Ecco.

Vi racconto oggi tutto questo perché mio figlio vorrebbe un videogioco per Natale. E mi ha chiesto a me cosa piaceva, quando ero piccola. Se esistevano già (amore si, non sono così vecchia!). E ovviamente mi è tornato in mente Bubble Bobble, l’unico videogioco che ho amato alla follia. E sapete cosa vi dico? Che la vita è buffa perché mentre io stavo a guardare i bei manzi che sfilavano a bordo piscina, sperando che qualcuno di loro si accorgesse di me, a pochi metri un nerd pallido e magrolino sapeva fare la mossa e finire Bubble Bobble con una sola moneta. La mossa!
Ora, i manzi chissà che fine hanno fatto… ma io con il nerd in questione, ci ho fatto due figli.
E spesso, quando si discute, quando si scherza, o quando la figlia chiede cosa mi ha fatto scegliere proprio il papà… la questione torna fuori.
E lui non vede l’ora di darsi un tono, assumere la posa di Fonzie di Happy Days, con i pollici in su e rimarcare: 

“Hey. Io… 
so fare LA MOSSA.

[Rumino Ergo Sum]