La Principessina e il Drago

Ho sempre raccontato storie inventate ai miei figli. Mia figlia in particolare me le ha sempre chieste, quelle lette sui libri sembravano non bastare mai, e ci siamo divertite spesso a inventare storie strambe sul fratellino, sul papà, sulle principesse… la maggior parte delle volte (e arriveranno anche quelle… prima o poi le scriverò, promesso!) protagonisti assoluti delle nostre favole sono state le puzzette, o la cacca, o il papà che combinava qualcosa di strambo.
Questa favola invece è nata per puro caso, in un caldissimo pomeriggio d’estate, al mare, sotto un ombrellone, nella vana speranza di schiacciare un pisolino… è nata intorno alle principesse, tanto amate da mia figlia a quell’epoca, e intorno a una cosa da mangiare tipica delle nostre parti che ha sempre adorato, introvabile nella località turistica in cui ci trovavamo… e mia figlia non riusciva a capire perché visto che da noi si trova ovunque! Di cosa si tratta non posso dirvelo, dovete indovinarlo da soli…
La favola è talmente piaciuta che decisi di provare a scriverla e regalarla agli amichetti al secondo compleanno di mia figlia, stampata a libretto con la pagina a sinistra scritta con il testo della storia e quella di destra bianca, da poter completare con i disegni preferiti… Se avete figli/nipoti/cugini/figli di amici/vicini di casa ecc. e vi piace l’idea… fatelo anche voi! Usate la mia storia, o usate le vostre!
Ma soprattutto: l’avete capito cosa ha cucinato la principessina???

C’era una volta,
tanto tempo fa, in un lontano regno incantato, una bellissima principessina, che viveva felice in un castello… un castello MAGICO.

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I Diari Scolastici degli Anni Novanta – Parte Seconda

Se vi è piaciuta la prima parte di questa “ricerca antropologica” relativa agli anni ’90 fondata sui diari scolastici, benvenuti nella seconda parte, dedicata alle scuole superiori!
(se vi siete persi la prima parte, la trovate qua: I Diari Scolastici degli Anni Novanta – Parte Prima)
Come si evince già dalla copertina, negli anni ’90, “pocciare” i diari alle superiori era un must.
E pocciare, dalle mie parti, se normalmente significa abbruttire, nel caso specifico del diario assumeva una connotazione tutta sua: pocciami il diario voleva dire decoramelo, abbelliscilo come meglio credi, fanne ciò che vuoi, basta che lasci un segno. Funzionava così.
Dedicavamo ore e ore a sfumare scritte che sembravano murales e i compiti li annotavamo male e in fretta nello spazio rimasto.
Sempre che ne rimanesse…

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I Diari Scolastici degli Anni Novanta – Parte Prima

I nostri diari scolastici… ve li ricordate? Secondo me, si. Impossibile dimenticarli. Se le medie e le superiori le avete fatte più o meno negli anni ’90, come me… il diario ve lo ricordate sicuramente! Perché a quei tempi non era un semplice “diario scolastico”, quanto piuttosto uno status symbol, uno stile di vita, un must.
Intorno ai nostri diari ci ruotava l’intera nostra vita, tutto il fitto e intricato tessuto di relazioni sociali, scolastiche e non solo.
Non avevamo i cellulari, non avevamo i social, e i pomeriggi li passavamo a trasformare i nostri diari in autentici capolavori, testimonianze solide e concrete della nostra adolescenza traboccante di vita e di passione… vita che prima o poi, in un qualche modo, finiva tutta inesorabilmente sul diario, bella o brutta che fosse.
Tutto passava di lì.
Il diario era la cartina tornasole del nostro micro mondo, lo specchio del nostro animo ribelle e il baluardo della nostra autenticità.

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Incauto il mio passo

Incauto il mio passo
volse a te.
Arrancavo stanca… dentro una vita infilzata a forza, 
come un calzino stretto.
Il mio tormento…  e poi i tuoi occhi.
La mia angoscia… e poi la tua pace.

Incerto il mio passo
volse a te.
Inquieto, titubante, timoroso.
Ti ho annusato, ti ho voluto,
respinto, rinnegato,
posseduto, spolpato, annientato.
Ho scardinato una ad una tutte le tue sicurezze
scaraventandoti a forza nei miei sbalzi d’umore. 
Tra i labirinti tortuosi della mia vita…
disarticolata,
sbarellata,
totalmente scentrata.

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Puntualità: Pregio o Prigione?

Esistono i ritardatari cronici, tutti ne conosciamo almeno uno. Quindi, per compensazione, ovvio che debbano esistere anche i “puntuali cronici”. Persone destinate in eterno ad arrivare per primi, a spaccare il secondo, meglio ancora se in anticipo, condannati ad attendere e attendere all’infinito fino a che anche l’ultimo dei ritardatari compaia all’orizzonte.
Sinceramente, avrei preferito appartenere a quest’ultima categoria.
Malauguratamente invece, sono una maledetta inguaribile puntuale.
E come tale, sono destinata a un inferno di attese solitarie.

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Diversamente Pelosa

Oggi vorrei condividere con voi non una semplice paturnia bensì un dramma.
Vero. Tangibile. Nero.
Soprattutto, nero. 
Si tratta… dei miei peli. 
Ebbene si eccomi qua, faccio outing, sono pelosa come una scimmia. 
Da sempre. Ovunque. 
E dire che se c’è una roba che mi fa schifo sono proprio i peli…
Che beffa.
Certo. A chi non fa schifo il pelo, direte voi… Beh in realtà a un sacco di gente il pelo interessa poco, lo ostenta non dico con orgoglio ma comunque senza un filo di imbarazzo, magari non se lo liscia come i gatti ma impara a conviverci presto e senza particolari problemi…

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Correre: Metodo Konmari per la Mente

Corro male.
Corro piano.
Corro che a volte pare mi inseguano, ma a me… non importi poi tanto.
Però corro.
Da qualche mese ormai… corro quasi ogni giorno.
Dopo sei anni di semi immobilità causata da due gravidanze piuttosto ravvicinate, un lavoro a tempo pieno e una tabella di marcia quotidiana dove già lavarsi i capelli era un’impresa, (figuriamoci muoversi), mi sono detta: basta! Qualcosa bisogna pur fare, prima che il divano mi inglobi definitivamente e le mie forme si sfaldino del tutto!

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