Bubble Bobble e la Mossa

Io sono stata un’adolescente semplice. Classe 1978, i miei anni ottanta e novanta si potrebbero racchiudere quasi tutti tra una chiesa, una piazzetta e un bar. Le uniche offerte ludiche, nel mio piccolo paesino di campagna, consistevano in: pallavolo, nella palestra comunale e chitarra, in oratorio. Con la prima è andata piuttosto bene, con la seconda ho capito che non c’era storia quando dopo due anni, a messa, non ero ancora in grado di suonare neanche il gloria di Giombini. Mai imparato a fare un barré, mai. Il colpo di grazia è stato prendere in pieno un’auto parcheggiata mentre sfrecciavo in bici senza mani con la chitarra incastrata tra il manubrio e il collo. L’auto era ferma, davanti al bar. Io ho salutato mio zio e sbam!, sono volata via. Illesa, sia io che la chitarra. Un miracolo. La bici conficcata nel bagagliaio dell’auto invece, ha fatto più danni di una grandinata. L’ho presa come un segnale divino, e ho chiuso. Mio padre ha bestemmiato talmente tanto quando ha visto il danno all’auto che in chiesa, ho pensato, se rientro con questa chitarra mi prende fuoco tra le mani, minimo. 

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O Avevi il Barbour, O Non Eri Nessuno

C’è stato un momento ben preciso, nella mia adolescenza, in cui o avevi il BARBOUR, o non eri nessuno. 
Io avevo quindici anni… e NON ERO NESSUNO.

Correva l’anno 1992.
L’ultima estate prima di varcare il magico mondo delle tanto agognate scuole superiori. Quelle che mi avrebbero portato per la prima volta fuori dal mio minuscolo paesello di campagna.
A settembre ci ero arrivata piena di entusiasmo e armata fino ai denti: zaino che non poteva che essere Invicta, diario che non poteva che essere Smemoranda, testo di “Estate 1992” di Jovanotti trascritto rigorosamente a memoria, ciuffo con frangione dritto piastrato e la mia prima leonina permanente su tutto il resto. 
Pronta per la città.
Perfetta, per la città.
E invece no.

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I Diari Scolastici degli Anni Novanta – Parte Seconda

Se vi è piaciuta la prima parte di questa “ricerca antropologica” relativa agli anni ’90 fondata sui diari scolastici, benvenuti nella seconda parte, dedicata alle scuole superiori!
(se vi siete persi la prima parte, la trovate qua: I Diari Scolastici degli Anni Novanta – Parte Prima)
Come si evince già dalla copertina, negli anni ’90, “pocciare” i diari alle superiori era un must.
E pocciare, dalle mie parti, se normalmente significa abbruttire, nel caso specifico del diario assumeva una connotazione tutta sua: pocciami il diario voleva dire decoramelo, abbelliscilo come meglio credi, fanne ciò che vuoi, basta che lasci un segno. Funzionava così.
Dedicavamo ore e ore a sfumare scritte che sembravano murales e i compiti li annotavamo male e in fretta nello spazio rimasto.
Sempre che ne rimanesse…

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I Diari Scolastici degli Anni Novanta – Parte Prima

I nostri diari scolastici… ve li ricordate? Secondo me, si. Impossibile dimenticarli. Se le medie e le superiori le avete fatte più o meno negli anni ’90, come me… il diario ve lo ricordate sicuramente! Perché a quei tempi non era un semplice “diario scolastico”, quanto piuttosto uno status symbol, uno stile di vita, un must.
Intorno ai nostri diari ci ruotava l’intera nostra vita, tutto il fitto e intricato tessuto di relazioni sociali, scolastiche e non solo.
Non avevamo i cellulari, non avevamo i social, e i pomeriggi li passavamo a trasformare i nostri diari in autentici capolavori, testimonianze solide e concrete della nostra adolescenza traboccante di vita e di passione… vita che prima o poi, in un qualche modo, finiva tutta inesorabilmente sul diario, bella o brutta che fosse.
Tutto passava di lì.
Il diario era la cartina tornasole del nostro micro mondo, lo specchio del nostro animo ribelle e il baluardo della nostra autenticità.

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